Storia della Banca d’Italia, una storia economica italiana
Appunti dalla conferenza in Cà Foscari
In questo articolo faremo ampie citazioni - testuali e non – delle parole dei relatori che sono intervenuti alla conferenza svoltasi lo scorso anno presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia a commemorazione dello scomparso Gianni Toniolo e per presentare il suo testo, Storia della Banca d'Italia, Formazione ed evoluzione di una banca centrale, disponibile gratuitamente a partire dal prossimo anno sul sito della Banca d’Italia.
Detto libro e la conferenza ad esso dedicata ci sono sembrati la prosecuzione più coerente degli articoli pubblicati su questo blog, nei quali abbiamo tentato di illustrare per sommi capi la storia delle banche, le quali, al contrario di quanto si pensa, sono nate private e sono tutt’ora in gran parte private, incluse le banche centrali. Precisiamo ancora che non abbiamo letto il volume integralmente, ma abbiamo tratto le informazioni qui presentate dal canale youtube dell’Università Ca’ Foscari. [1]
Come afferma Michele Bernasconi, direttore del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari, che ha aperto la conferenza, per comprendere le origini della Banca d’Italia bisogna tener presente il quadro economico e finanziario della politica italiana negli anni antecedenti la sua costituzione, ovvero il periodo che va dal 1861 al 1893.
Infatti, la progressiva trasformazione di un istituto di emissione privato ottocentesco in una moderna banca centrale può essere compresa solo analizzando le politiche monetarie applicate in quell’epoca, dalle quali è scaturita una certa modalità di gestione delle crisi bancarie. Tale rinnovata gestione delle crisi del sistema bancario è stata resa possibile dall’implementazione dell’attività di vigilanza, la quale ha creato rapporti ancora più stretti tra i governi, le banche private statali e le banche centrali straniere.
Indice
Le funzioni della Banca Centrale
Come ricordato da Gastone Favero, docente di Storia dell’Economia, il libro di Toniolo spiega che le funzioni di una Banca Centrale sono molte: in primo luogo l’emissione della moneta, che è un mezzo di pagamento dotato di liquidità e universalmente accettato, perché fondato sulla fiducia degli utilizzatori. La Banca Centrale si occupa poi anche di erogare credito di ultima istanza [2] e di regolare il sistema delle banche, o comunque del credito.
Benché le date di fondazione delle Banche Centrali siano certe, Toniolo afferma che è difficile determinare esattamente a partire da quando un istituto diventa una Banca Centrale, perché nel panorama delle banche “la Banca Centrale è un’entità paradossale”, che prende forma lentamente e in risposta a vari input.
L’autore spiega infatti che in passato molti istituti di credito, pur non essendo ancora diventati banche centrali come le intendiamo oggi, svolsero anche altre funzioni, oltre a quelle caratterizzanti le moderne banche centrali.
Per esempio, per evitare rivolte popolari, tali istituti si occuparono anche di garantire la stabilità monetaria e l’interesse pubblico dei commerci e finanziarono lo Stato soprattutto in caso di guerra.
Le banche centrali sorgono quindi dopo la metà del 1800 principalmente con la funzione di garantire mezzi di pagamento per lo sviluppo economico del paese, ossia per emettere banconote, che allora erano convertibili in metallo e rappresentavano un’importante tecnologia di pagamento.
L’obiettivo di mantenere stabile il loro valore era perseguito attraverso la manovra del tasso d’interesse, che andava alzato quando le riserve scarseggiavano e abbassato quado abbondavano.
La seconda funzione che nel 1800 diventa caratterizzante delle banche centrali è la responsabilità per la stabilità del sistema bancario, che porta le banche a svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza, anche a scapito della redditività, ossia mettendo in discussione anche la propria natura privata, le banche mettono quindi in secondo piano parte dei propri interessi privati per favorire i correntisti.
Le origini del central banking
Secondo Toniolo, indagare le funzioni svolte dagli istituti di credito, indipendentemente dalle istituzioni pubbliche, permette di capire che, al contrario di quanto molti pensano, il central banking non nasce nel 1668 con la banca di Svezia, né con la Old Lady of of Threadneedle Street, cioè la Banca d’Inghilterra fondata nel 1694 per finanziare re Guglielmo III nella guerra contro la Francia, ma si afferma nel tardo Medioevo, quando, tra 1400 e1500, i banchi dei mercanti più ricchi di Genova, Venezia e Napoli iniziano ad accettare depositi ed elargire prestiti, diventando a tutti gli effetti le prime famiglie di banchieri e giungendo poi a controllare le finanze dei rispettivi Stati, come si è accennato nei precedenti articoli di questo blog.
Le attività di emissione della moneta e garanzia del credito, svolte dalle banche fuori dal controllo dallo Stato, hanno quindi origini antiche; ciononostante, è solo negli anni ‘20 del ‘900 che l’indipendenza dallo stato diventa una delle caratteristiche che distingue una banca centrale.
A titolo di cronaca ricordiamo che col Decreto del Presidente della Repubblica del 4 agosto 2022 lo Statuto della Banca d’Italia è stato riformato, introducendo le partecipazioni statali: ciò ha reso nuovamente la banca una istituzione “pubblica”, nella cui amministrazione è coinvolto anche il Ministero del Tesoro.[3]
Nascita della Banca Centrale Italiana
La Banca d’Italia viene fondata nel 1893 al termine del processo politico-militare di unificazione del Regno.
All’indomani delle guerre d’indipendenza nel Paese c’erano cinque banche private a cui era stata data la concessione di emettere banconote in cambio di servizi per lo Stato.
Al Nord c’era la Banca Nazionale nel Regno d’Italia (derivata dalla fusione fra la Banca di Genova e la Banca di Torino e chiamata nel Regno e non del Regno per scongiurare ogni rischio d’interpretazione monopolistica). Al Centro c’erano la Banca Nazionale Toscana e, a partire dal 1863 anche la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia. Al Sud operavano il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia.
Dopo l’annessione di Roma nel 1870, la Banca degli Stati Pontifici divenne Banca Romana e gli istituti di emissione divennero sei; ciascuno emetteva biglietti in lire convertibili in oro e operava in concorrenza con gli altri.
Tali istituti di emissione diedero un contributo essenziale al finanziamento della produzione e dell’investimento, principalmente attraverso lo sconto di cambiali; inoltre combatterono l’usura e favorirono la monetizzazione dell’economia italiana.[4]
Oltre che essere banche di emissione, questi istituiti erano anche banche commerciali e, in quanto tali, le logiche di mercato dell’epoca le mettevano in diretta concorrenza oltre che tra di loro anche con le nuove banche estere. La stessa Banca d’Italia inizialmente fu una banca commerciale e nacque con la legge la legge bancaria n. 449 del 10 agosto 1893 dalla fusione dei due istituti toscani con la Banca Nazionale nel Regno.
Lo scandalo della Banca Romana, gli NPL ante litteram
Prima di quella data la Banca Romana aveva attraversato gravi difficoltà per aver erogato ingenti presiti al Re Umberto, che voleva ricostruire e modernizzare Roma.
Il boom edilizio innescato da “Roma capitale” e sostenuto in parte da capitali esteri, coinvolse anche gli altri istituti di emissione, ma l’eccessiva espansione portò a una bolla speculativa, a cui fece seguito una crisi molto simile alla bolla immobiliare dei Subprime che investì gli Usa nel 2006. La crisi bancaria dei primi anni Novanta dell’800, accoppiata a una crisi di cambio, assunse anche una dimensione politica e giudiziaria clamorosa, tale che la Banca Romana fallì.
Quando la Banca Romana fu travolta dallo scandalo, la Banca d’Italia s’incaricò della sua liquidazione e nel 1893 cessò di operare come banca commerciale per poter garantire maggior controllo e maggior stabilità all’economia dell’Italia da poco unificata.
In quel frangente la Banca d’Italia prese in carico quindi quelli che oggi si chiamano NPL, non performing loans, cioè i crediti deteriorati (oggi riferiti principalmente ai mutui e ai finanziamenti non pagati) che rappresentano una voce in negativo per le banche.
All’epoca il Direttore Generale della Banca d’Italia era Bonaldo Stringher, che vantava un diploma in Economia conseguito a Ca’ Foscari e una solida carriera nel ministero dell’Agricoltura e in quello delle Finanze.
Divenuto Direttore Generale della Banca nel 1900, l’anno successivo dovette gestire le conseguenze dell’operato di varie banche, tra cui la già citata ex Banca degli Stati Pontifici, cioè la Banca Romana, che avevano espanso il credito investendo soprattutto nella speculazione immobiliare (proprio come accadde nella crisi dei Subprime), e che avevano perciò enormi difficoltà a liquidare gli investimenti immobiliari.
Come sottolinea il professor Alberto Urbani, docente di Diritto dell’economia a Ca’ Foscari, Gianni Toniolo istituisce un confronto continuo tra i primi decenni della storia della Banca d’Italia e l’attualità: la crisi bancaria da cui nacque la Banca d’Italia si manifestò infatti con caratteri simili a quelli della già citata bolla immobiliare esplosa negli USA, le cui conseguenze disastrose arrivarono fino in Europa a cavallo del primo decennio del 2000.
Alla fine del 1800 le banche commerciali erano fragili perché, essendosi in gran parte convertite in holding immobiliari, oltre a non aver più liquidità sufficiente, avevano creato un’eccessiva concentrazione in un comparto specifico (quello immobiliare).
Preoccupato anche per le implicazioni che le difficoltà finanziarie avrebbero avuto per l’economia reale, Stringher creò dei “consorzi di salvataggio” per recuperare le principali industrie italiane (la siderurgica in primis) e nei cinque anni successivi riuscì a sistemare le anomalie legate agli immobilizzi liberandosi dei crediti che oggi definiremmo deteriorati.
Nella situazione instabile del primo decennio del XX secolo, durante il quale in Italia si alternarono sei governi e nel mondo scoppiò la silenziosa guerra russo-giapponese, Stringher riuscì anche a portare la conversione della percentuale di rendita delle cedole dal 5% al 3,5% con l’aiuto finanziario dei Rothschild. L’operazione ebbe un successo straordinario.
Serve davvero una banca centrale?
Ricordando lo spirito critico e la profonda capacità di analisi di Gianni Toniolo, il professor Vecchi, evidenzia che l’autore ha scelto di inaugurare il libro chiedendosi se davvero una banca centrale serva e quali sono le funzioni utili che svolge.
Ci si domanda poi se tali funzioni siano solo utili o anche indispensabili. E ancora, utili a cosa e a chi?
Nel chiarire cosa non funziona nell’idea di avere delle banche che bastino a sé stesse, senza le banche centrali, Toniolo ricorda che la Banca d’Italia fu fondamentale per ridefinire il sistema della circolazione cartacea, che venne basato sulla copertura metallica dei biglietti (il diritto di emissione era concesso alle banche solo se l’istituto aveva circa il 40% di riserva d’oro e d’argento) e su un limite di emissione assoluto; inoltre, la legge bancaria del 1893 pose anche le premesse per il risanamento degli istituti di emissione. [5]
Come evidenzia il prof. Favero, il volume sottolinea l’importanza del rapporto tra lo Stato e l’istituzione che emette i mezzi di pagamento e garantisce e regola il credito.
Infatti, se ai primordi della storia delle banche questo rapporto era facile da gestire (in quanto, come si è ricordato, nel 1400 a Venezia i patrizi che controllavano lo Stato erano proprio i mercanti che dominavano l’economia), all’inizio del 1900 lo Stato e le banche erano due entità ben distinte e dovevano trovare il modo di conciliare da una parte gli interessi delle banche stesse e dall’altra la natura pubblica della funzione di emettere moneta.
Il prof. Urbani rimarca altresì che nel 1900 Stringher non solo doveva soddisfare gli azionisti della Banca d’Italia, che era stata una banca commerciale, ma doveva anche accreditare la Banca come banca prevalente pubblica.
In quegli anni inizia perciò anche l’attività di vigilanza, che venne implementata con le due successive leggi bancarie del 1926 e del 1936-38 e i cui poteri, ai giorni nostri sono disciplinati dal TUB, il testo unico bancario. [6]
Stringer realizzò i due suddetti obiettivi chiedendo a Giolitti di procurare informazioni sulle banche ordinando ispezioni, così da affermare il principio secondo cui per tutelare gli interessi pubblici anche le attività private possono essere scrutinate.
In quegli anni venne anche imposta agli istituti una norma del codice di commercio rimasta inapplicata per anni, la quale imponeva alle banche la ricapitalizzazione in caso di perdite superiore al 1/3 del capitale sociale. Grazie al neo-affermato principio della vigilanza, Stringher poté quindi garantire la stabilità finanziaria essenziale per attirare investimenti dall’estero, che resero possibile la crescita economica del Paese.
Invito alla lettura
Il libro di Gianni Toniolo “Storia della Banca d’Italia” traccia le lontane origini dalla fondazione dell’istituto nel 1893 e ne percorre l’evoluzione nel successivo cinquantennio fino all’8 settembre 1943, momento di cesura per il nostro paese. La progressiva trasformazione di un istituto di emissione ottocentesco in una moderna banca centrale emerge non solo dall’esame degli aspetti economici, che qui abbiamo tentato di riassumere, ma anche dallo studio di aspetti trasversali all’economia, quali i mutamenti istituzionali, le politiche di guerra, il colonialismo e i rapporti col Fascismo.
Come hanno affermato tutti i relatori intervenuti alla conferenza, questo volume è un libro di fine intelligenza politica, facile da leggere perché, pur mettendo in scena moltissimi attori, alla fine l’autore riesce a tirare le fila di un discorso composito in cui tout se tient.
In attesa della pubblicazione postuma del secondo volume, che parte delll’8 Settembre 1943, i relatori ricordano che è difficile essere lineari quando si fa storia economica, poiché “la Storia è un naturale complemento dell’economia”, come conclude il prof. Vecchi.
Per questo nel presente articolo ci siamo limitati a illustrare la cornice nella quale si sono svolti gli eventi che hanno portato alla nascita della Banca d’Italia, lasciando il piacere di scoprire tutti i dettagli del quadro a chi vorrà leggere il libro.
Se vuoi scoprire altri aneddoti di storia economica, resta connesso.
Stella Picarò
[1] https://www.youtube.com/watch?v=OELc0v5yCis&t=6355s
[2] https://www.ecb.europa.eu/ecb-and-you/explainers/tell-me-more/html/what-is-a-lender-of-last-resort.it.html
[3] Tali modifiche sono volte al recepimento delle disposizioni della legge di Bilancio per il 2022 che stabiliscono l’innalzamento dal 3% al 5% della soglia massima di detenzione delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia, con effetto dal primo gennaio 2022. Le modifiche rivedono, inoltre, il ruolo del collegio sindacale e dei revisori dei conti e ottimizzano il funzionamento degli organi decisionali. Cfr. Gazzetta Ufficiale.
[4] https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/storia/origini/index.html
[5] https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/storia/istituzione/index.html
[6] Con la legge bancaria del 1926 fu istituito infatti un vero e proprio ufficio di vigilanza presso la Banca d’Italia, il quale garantiva ampi margini d’azione alla banca stessa. Le altre banche del Regno preferirono questo, piuttosto che essere controllati direttamente dallo Stato, anche perché la Banca d’Italia scelse di non ispezionare le banche più importanti, sia per pressioni politiche, sia perché avviare un’ispezione su una banca avrebbe messo in dubbio la stabilità della banca stessa agli occhi del credito, rischiando di mettere in pericolo l’intero sistema bancario.
Con la legge bancaria del 1936-38 l’attività di vigilanza fu potenziata e affidata non più alla Banca stessa, ma a un ispettorato, della cui direzione era però incaricato il Governatore della Banca d’Italia. In questo modo, la Banca venne formalmente subordinata all’Ispettorato.
FOTO: Shutterstock / Scisetti Alfio