La Carta - moneta

da fantasia teatrale a realtà economica

Una persona di potere circondata di banconote guarda un quadro raffigurante il diavolo che guida uomini d'affari e soldati verso la corruzione

In questo articolo faremo riferimento a un’opera teatrale per esplorare un aspetto del denaro che sta diventando una realtà sempre più attuale: la sua illusorietà. L’opera in questione è il Faust di Goethe, un testo molto complesso al quale Francoforte, la città natale dell’autore, nel 2012 ha dedicato una mostra dall’eloquente titolo: “Goethe e il denaro - Il poeta e l’economia moderna”.[1] L’esposizione illustra come, da un lato, gli atteggiamenti sociali nei confronti del denaro ispirarono la scrittura di Goethe e dall’altro, come poi le sue opere modellarono gli atteggiamenti dei tedeschi verso i soldi.

 

Indice


Brevi cenni sul Faust

L’opera è una tragedia in due parti a cui Goethe dedicò più di sessant’anni, dal 1772 al 1832, e nella quale espresse il suo pensiero su moltissimi argomenti, tra i quali spicca la ricchezza.

Le due parti sono molto diverse: la prima ha un’ambientazione terrena e le avventure messe in scena sono spesso triviali, mentre gli eventi che caratterizzano la seconda parte accadono in un mondo parallelo, a cui il protagonista accede grazie alla magia nera di Mefistofele.

Il trait d’union tra le due parti sono i tre personaggi principali – Dio, il Diavolo e l’uomo.

Nella prima parte Mefistofele scommette con Dio che con le sue arti magiche porterà Faust alla perdizione; Dio gli concede di tentarlo e Faust accetta di passare la vita con Mefistofele, consapevole che quel “povero diavolo” non potrà dargli nulla che l’uomo, essere divino – già non possieda.

Tra Settecento e Ottocento, quando Goethe scriveva il Faust, il diavolo era diventato un simbolo dell’ingegno, della scienza e del progresso, e la sua iconografia era cambiata di conseguenza. Quando appare a teatro il suo aspetto viene umanizzato, la sua figura perde corna e coda e in scena si presenta sempre come un gentiluomo elegante, la cui natura satanica è suggerita solo dalla barbetta caprina e dalle penne nel cappello, ultimo indizio civilizzato delle corna ferine.


“La carta-moneta del diavolo”

L’episodio di nostro interesse si svolge nella seconda parte della tragedia (Atto I, scena II), nel castello di un imperatore non meglio identificato. Il Kaiser entra nella sala del trono accompagnato dall’astrologo di corte e da Mefistofele, che per l’occasione si è liberato del giullare di corte spingendolo giù da una scalinata e ne veste i panni.

Il trio riceve i ministri, che si disperano per la bancarotta dell’impero; l’imperatore è furioso e disperato a tal punto da chiedere consiglio al nuovo giullare.

Questi gli risponde con imprevedibile ottimismo: “bisogna togliersi dalla testa che ciò che non si può pesare non abbia peso” e gli spiega che, se l’oro manca nelle casse del Tesoro, esso invece abbonda nei territori dell’Impero;

affinché possa ristabilire il benessere nello Stato bisogna solo estrarlo, per usarlo come garanzia (controvalore).

Mefistofele però pone una condizione: tale azione dev’essere rinforzata dall’autorità del Kaiser, che deve apporre la propria firma su un pezzo di carta che “rappresenta” quell’oro.

Il diabolico buffone domanda infatti retoricamente: “potrebbe venir meno la fiducia là dove la maestà comanda senza trovar opposizione e dove una forza è pronta a disperdere i nemici?”.

Così, durante una festa in maschera Mefistofele presenta all’Imperatore dei fogli su cui letteralmente si può scrivere ciò che si vuole, l’importante è accordarsi tutti nell’utilizzarli al posto dell’oro.

Nell’opera teatrale quindi, l’autorità e la fiducia sono il fondamento della carta-moneta e per renderla effettiva è bastata la firma dell’Imperatore. [2]

Il risultato della messa in atto dei consigli di Mefistofele è il magico ristabilimento delle finanze dell’Impero: all’indomani della festa in maschera i ministri annunciano che tutti i conti risultano saldati; i soldati hanno ricevuto il soldo e hanno quindi rinnovato la ferma, [3]  il popolo è contento e perfino “gli artigli degli usurai hanno mollato la preda”.

Vedendo moltissimi biglietti stampati con la propria firma, il Kaiser chiede se è proprio vero che essi valgano quanto l’oro, e il tesoriere gli spiega che proprio quel foglietto da lui firmato ha mutato tutto il male in bene; per questo motivo nottetempo è stato riprodotto a miriadi per magia: “Che bene han fatto al popolo non ve l’immaginate” conclude il tesoriere, [4] a cui fa eco Mefistofele, che sottolinea la comodità del nuovo strumento economico.


L’altra faccia della… medaglia

La seconda parte del Faust è infatti una metafora dei rischi legati alla natura dell’economia. Quando nacque Goethe, (1749), la maggior parte del denaro era ancora composta di monete d’oro e d’argento e le monete avevano un valore corrispondente al loro peso.[5]

La carta-moneta era già nata, ma molti ne diffidavano. L’autore stesso, ad esempio, pur essendo nato in una famiglia facoltosa e pur avendo tra i suoi più intimi amici molti banchieri, diffidò sempre delle ricchezze non metalliche.

Questa sua visione si riflette nella seconda parte del Faust, dove la carta-moneta si rivela essere un trucco e dove il suo uso sconsiderato mostra tutti i pericoli di un’economia non basata sulla ricchezza concreta. Infatti nella scena della sfilata carnevalesca il direttore della festa cerca invano di smascherare l’inganno, gridando alla folla: “È uno scherzo di maschere! […] Credete davvero che vi diano oro zecchino? Pazzi!”. L’unico personaggio che esprime forti perplessità è il vero buffone, (sopravvissuto alla caduta dalle scale) che commenta tra sé e sé: “Fogli miracolosi ?! Non ne capisco nulla”.

Infine, anche il Kaiser, che si era illuso di aver risanato le casse dell’Impero, scoprirà ben presto che la carta -moneta da lui firmata è in realtà cartastraccia, se non si dispone del controvalore in oro.

 La disillusione del Kaiser fittizio del Faust di Goethe diventa una cruda realtà quando, il 15 agosto 1971, dagli Stati Uniti, Nixon annuncia ufficialmente la sospensione dello scambio di dollari in oro.

Proprio come accade nell’opera teatrale, a partire da quella data anche nel mondo reale la carta-moneta aveva valore solo per ciò che c’era scritto su di essa - dollaro - a prescindere dalla quantità di oro con cui poteva essere cambiata - . In breve tempo ciò ha costretto le economie di molti paesi a cercare una via d'uscita dalla crisi finanziaria e a elaborare progetti di riforma del sistema monetario mondiale. [6]

L’annuncio di Nixon segna quindi l’inizio del sistema economico in cui viviamo (e che influenza le nostre vite), fondato sulla moneta “fiat”, la quale può essere distrutta com’è stata creata: con una firma.

Dunque, se inizialmente la moneta detta fiat [7] venne sostenuta dall’economia reale, in seguito le banconote giunsero ad avere lo stesso valore della carta-moneta nelle scene del Faust appena descritte.

Che il denaro in sé sia un’illusione lo diceva anche l’onorevole e giornalista Giulietto Chiesa, il quale spiegava che, quando il denaro non avrà più valore, chi lo possiederà vivrà “un futuro in fuga” da quelle stesse masse che di denaro non ne hanno mai avuto, e che quindi non avranno da perdere.

Qualcuno potrebbe considerarla un’eventualità remota, eppure ci sono voluti meno di due secoli perché le riflessioni Goethe sulla moneta si realizzassero.

Buona estate!

Stella Picarò


[1] Goethe und das Geld - Der Dichter und die moderne Wirtschaft.

[2] Il fatto che quella firma possa dar valore a ciò che prima non ne aveva, secondo l’economista Galbraith costituisce l’aspetto soprannaturale (e demoniaco) della carta-moneta. Cfr. John Kenneth Galbraith, Money: Whence it came, where it went, 2017).

[3] I “soldati” si chiamano così proprio perché ricevono il “soldo”, un’antica moneta europea che deriva dal solido, in uso negli ultimi secoli dell’Impero romano.

[4] Sulla carta-moneta sta infatti scritto: “Questo biglietto vale mille corone. Quale sicura garanzia, gli si assegnano innumerevoli valori sepolti nel sottosuolo dell’impero. Viene ora provveduto, affinché il ricco tesoro, appena dissepolto, serva da risarcimento”.

[5] Almeno in teoria, perché da sempre chi le coniava truccava le bilance.

[6] https://masterok.livejournal.com/2988444.html

[7] Ovvero la moneta cartacea inconvertibile emessa dallo Stato e indipendente dal suo valore intrinseco. Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/fiat-money/

Foto: Shutterstock AI / su prompt di Cecilia

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